Guarascio Verona
 
Calabrese a cura di Carmine Calabrese
 

Pianti e rimpianti. Il giorno dopo la celebrazione del “de profundis” sulla stagione del Cosenza, l’atmosfera è davvero surreale. In tanti, infatti, pur sapendo che la “vita” dei Lupi in B, era seriamente compromessa, abbiamo sperato, sognato, creduto che, si sarebbe potuto ripetere un nuovo entusiasmante miracolo sportivo. A differenza della trionfale cavalcata dello scorso campionato, in questa stagione, tante, troppe volte, il Cosenza ha lasciato a desiderare, sperperando punti, perdendo certezze e, non dando mai, pienamente, la dimostrazione di esserci.

La retrocessione, come scrivevamo ieri, ha tanti padri e, quel che è peggio, ha tanti perché. Il Cosenza, si è presentato alla sua terza avventura tra i cadetti, con una squadra, per così dire, “sperimentale”. Riviere, Asencio, Casasola, tre degli elementi cardine dell’impresa salvezza, sono stati lasciati liberi di accasarsi altrove, senza tentare l’impossibile per convincerli a restare. Si è cercato di puntare su “scommesse” che, partita dopo partita, hanno dimostrato di essere perdenti. Petre, Borrelli, Ingrosso, Vera, Sacko, Bouah, Sueva, per questioni caratteriali, per ragioni di temperamento, per carenze tecniche e limiti anagrafici, hanno dimostrato di non essere pronti, soprattutto, mentalmente per un torneo complicato come la serie B. Dove, lo dicono gli almanacchi, la forza mentale, conta, spesso, più di quella tecnica.

Non a caso, si è cercato, sbagliando più di prima, di correre ai ripari, mettendo sul mercato Petre e Borrelli e lasciando in “naftalina” Bouah e Vera, estromettendoli, quasi, da un progetto calcistico non in linea con le loro qualità. Il resto, forse per un eccesso d’autostima, l’ha fatto Roberto Occhiuzzi che, da allenatore per necessità, si è ritrovato a prima scelta, blindato da un triennale che, per come è andata a finire, possiamo catalogare come l’ennesima scommessa persa. Occhiuzzi, finito in prima pagina, per quel suo carismatico appeal con cui ha salvato il Cosenza da una retrocessione certa (non bisogna dimenticare i punti di penalizzazione inflitti al Trapani e il crollo della Juve Stabia, altrimenti già lo scorso mese di luglio, saremmo scesi in terza serie) non è riuscito a “parlare” con la squadra che, per i già detti limiti, tecnici, caratteriali e tattici, non è riuscita a trasferire in pratica le teorie del tecnico cetrarese. Roberto Occhiuzzi, l’ha ammesso anche lui ieri, non ha mai pensato all’idea di dimettersi. Forse, anche, per non “autobocciarsi”, forse anche per non ammettere a sé stesso, prima che agli altri, di non avere ancora la robustezza per la serie B. Non bisogna dimenticare, infatti, che nelle ultime dieci partite dello scorso campionato, si è ritrovato sulla panchina dei Lupi, per questioni di necessità, non certo di scelta.

Occhiuzzi, lo abbiamo ribadito anche ieri, è stato sedotto, abbandonato, lasciato solo, scaricato, issato come un parafulmine, tradito. Ma, mai difeso. Né dal suo presidente, né dalla squadra che, spesso, troppo spesso, in 38 giornate, gli ha voltato le spalle. Ieri, sotto processo, è finito anche Guarascio, “fregato” nuovamente dalla sua politica attendista e dalla sua, ormai patologica, filosofica scelta di decidere di non voler decidere. Nessuna programmazione, nessun confronto dialettico con tifoseria e stampa, nessuna intenzione di chiedere pareri, nessuna capacità o, più probabilmente, voglia di diventare il primo tifoso e il motivatore della sua squadra. Eugenio Guarascio, ha sperato, pensato, creduto e, probabilmente, era anche convinto che il Cosenza, pur tra mille limiti e difetti, sarebbe riuscito a salvarsi. Una salvezza che, sarebbe potuta avvenire, più per demeriti degli altri che, per meriti propri. Ascoli, Pisa, Pordenone, Frosinone, Brescia, Vicenza, Reggina, giusto per fare qualche esempio, hanno trovato la forza, l’alchimia, la “cazzimma”, l’autostima, per togliersi dai guai e dare una svolta al loro campionato. Il Cosenza, invece, no. E’ rimasto impantanato nelle sabbie mobili della classifica dalla prima giornata e non si è saputo o, forse, voluto salvare.

Prendersela con la pandemia, gli stadi vuoti, gli arbitri, i minuti di recupero, i cartellini gialli e rossi, le squalifiche e gli infortuni, mi sembra un’arringa inconsistente. Nemmeno il più acerbo, impacciato, inesperto praticante legale, riuscirebbe ad arrivare a tanto. Questa società avrebbe dovuto uscire allo scoperto e dire all’ambiente: più di questo, non possiamo, non riusciamo, non vogliamo fare. E, invece, si è mentito, sapendo di mentire, sbandierando di avere una squadra forte che, senza alcuna ombra di dubbio, sarebbe stata competitiva, se la sarebbe giocata a viso aperto con tutte e si sarebbe, addirittura, giocata un posto per i play off. Si è sbagliato in fase di costruzione della squadra, si è continuato a sbagliare durante il mercato di riparazione (Trotta, Tremolada e Mbakogu), si è ancora di più sbagliato nella campagna di comunicazione, si è ancor di più, reiteratamente, sbagliato nel mantenere in panchina un tecnico giovane, inesperto, confuso, tradito. E, lasciato solo. Forse, dico forse, se si fosse intervenuto per tempo e si fosse deciso di esonerare Occhiuzzi, oggi non saremmo qui a “piangere” il Cosenza ma, forse, dico forse, qualche chanche in più di salvare la B, la faccia, la dignità e la maglia, l’avremmo avuta. Questa retrocessione è una “coltellata” all’orgoglio, al senso di appartenenza, al cuore, alla passione di un’intera tifoseria, di una città e di una provincia. Che, da ieri, si sente “orfana”.

E, si dispera, tra pianti e rimpianti. Senza alcune possibilità di consolazione.
 

L'ANALISI DEI NUMERI

IL COSENZA IN CAMPIONATO

 PARTITE GIOCATE
  2 9 3 4
 PARTITE VINTE   1 0 9 5
 PARTITE PAREGGIATE   0 9 2 6
 PARTITE PERSE   0 9 1 4
 RETI FATTE
  3 3 8 0
 RETI SUBITE   3 1 0 2
 

DALL'ARCHIVIO FOTOGRAFICO

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